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Casa - Atelier Giuseppe Diotti

Il Settecento a Casalmaggiore

Casa - Atelier Giuseppe Diotti 
Anticamera a ponente

Sotto le spinte riformistiche dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa e del figlio Giuseppe II, Casalmaggiore, elevata nel 1754 al rango di città, vive una nuova stagione politica, sociale e culturale dove, accanto al potenziamento delle strutture educative ed assistenziali, si assiste al rifiorire delle arti e delle lettere attraverso i cerimoniali festivi, l’apertura di una scuola di disegno (1768), il teatro, la poesia, le passioni antiquarie e il gusto per l’antico.
Protagonisti del nuovo corso sono i benefattori, gli artefici, i poeti ed altri affiliati della Colonia Arcadica Eridania, i cui ritratti sono qui affiancati a quelli dei sovrani.
È in questo contesto che nel 1779 nasce Giuseppe Diotti.

La maggior parte dei dipinti qui esposti appartiene alla quadreria storica che la Fondazione Conte Busi Onlus ha concesso in deposito al Museo.












Il luogo e il personaggio

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Piccola cucina

In questo piccolo ambiente sono collocati alcuni “segni” della presenza di Giuseppe Diotti (nato a Casalmaggiore nel 1779) nella casa dove scelse di abitare negli ultimi anni.
Si trovano qui il busto marmoreo voluto dagli allievi, il fazzoletto di seta col Carme dedicatogli dalla Comunità quando decise di rientrare in patria dopo oltre trent’anni trascorsi come direttore e docente all’Accademia Carrara di Bergamo, e il progetto di ristrutturazione della facciata del palazzo affidato all’architetto Fermo Zuccari.















Maestri e committenti

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Salotto


In questa sala sono riunite alcune opere di Francesco Antonio Chiozzi, il primo pittore locale di formazione accademica che aprì a Casalmaggiore una scuola di disegno nel 1768 dove si formarono numerosi allievi, fra cui Paolo Araldi, a sua volta maestro di Giuseppe Diotti. Vi sono inoltre alcuni ritratti dei primi mecenati del Diotti che gli consentirono di compiere gli studi e di avviare la carriera, quali Giovanni Vicenza Ponzone e il cardinal Francesco Fontana. Due opere giovanili del Diotti, qui esposte, furono realizzate per il Vicenza Ponzone.




















La Formazione Accademica

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Camera delle stampe

Secondo le fonti una stanza del palazzo era originariamente “coperta” di stampe, cioè allestita con i criteri sette-ottocenteschi del collezionismo privato. Si è voluto riproporre in parte questo effetto riunendo disegni, stampe e gessi quali potevano trovarsi nell’atelier di un pittore d’inizio Ottocento. Oltre ad alcune opere che documentano la cultura visiva classicista che Diotti acquisì a Roma nel periodo del Pensionato artistico (1804-1809), sono qui presenti i due saggi pittorici che il pittore inviò da Roma all’Accademia di Brera, il Mosè e l’Adorazione dei pastori, concesse in deposito al museo dall’Accademia stessa.
















Il metodo di lavoro

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Camera da letto

Il rigoroso metodo di lavoro di Giuseppe Diotti viene documentato in questa stanza da studi prevalentemente disegnati di molte opere: dallo schizzo iniziale, che costituisce il momento ideativo, al modelletto dipinto, passando attraverso una serie di disegni d’assieme o parziali, volti ad approfondire singoli particolari anatomici, figure intere o panneggi. Da questi studi preparatori il pittore passava poi all’esecuzione dei cartoni a scala reale per gli affreschi o le grandi pale d’altare. È qui esposto il cartone della Consegna della chiavi a San Pietro per l’affresco del presbiterio del Duomo di Cremona, concesso in deposito dall’Accademia Carrara di Bergamo.

Il cartone
Il grande cartone del Diotti preparatorio per l'affresco del Duomo di Cremona, raffigurante Cristo che consegna le chiavi a San Pietro, è stato dato in deposito dall'Accademia Carrara di Bergamo. Nei confronti di quest'opera la Soprintendenza competente ha attuato, attingendo ai fondi ministeriali, una vera e propria operazione di pronto soccorso, salvandolo da una possibile rovina.
L'intervento era gravoso innanzitutto per le dimensioni monumentali dell'opera, per la fragilità del supporto, e per l'eterogeneità dei materiali da disegno. Una volta compiuto il lavoro, i fogli furono riassemblati e incollati su una tela tirata su telaio, rimasta esposta per decenni in un salone all'Accademia Carrara come materiale didattico.
L'intervento di restauro ha comportato una lunga e complessa operazione di smontaggio dal telaio originale, di rimozione delle colle e dei rinforzi in carta che tenevano insieme le varie parti, il trattamento dell'acidità delle diverse carte, la sutura dal retro di porzioni mancanti e la successiva ricomposizione del tutto su una nuova tela. Saggiamente, chi ha diretto il restauro, ha deciso di rispettare la natura originaria del cartone quale strumento di lavoro, perciò le carte non sono state uniformemente sbiancate, né sono state mascherate alcune imperfezioni nella sovrapposizione delle parti, perché sono segni evidenti che danno conto della storia del manufatto.

L'Atelier del Giuramento di Pontida

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Galleria dei quadri

In questa sala, la più grande della casa, Diotti teneva esposte, a beneficio degli ultimi allievi, le opere appartenenti alla sua collezione, ovvero 38 dipinti che, secondo le attribuzioni di allora, spaziavano da Poussin a Rubens, da Guercino a Veronese, Tiziano, Tintoretto, oltre ad alcuni autori contemporanei. Questa prima vocazione museale del palazzo fu rispettata da Lucia Diotti, nipote del pittore, che, dopo la morte dell’artista, aprì occasionalmente la collezione al pubblico. Dispersa la collezione originaria, oggi la sala si presta a ricostruire idealmente l’atelier dell’ultima impresa del Diotti, quella versione in grande del Giuramento di Pontida che – rimasta incompiuta alla sua morte nel 1846 – si trova ora nella Sala Consiliare del Municipio di Casalmaggiore. Studi di teste finalizzate al grande dipinto, nonché opere di quegli allievi che collaboravano col Maestro o ne frequentavano la casa, come Luigi Quarenghi e Felice Olivieri, oltre a stampe, libri e cimeli, sono qui contornate da ritratti di personaggi locali dipinti da Giovanni Bergamaschi o tradotti in busti scultorei da Pietro Civeri, il maggiore scultore casalasco dell’Ottocento.

Collezionismo fra '800 e '900

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Anticamera a levante


Questa piccola stanza è dedicata al collezionismo locale, orientato in modo uniforme su pittori e incisori parmigiani, quali Cletofonte Preti, Roberto Guastalla, Enrico Sartori, Paolo Toschi e Cecrope Barilli, che nel corso dell’Ottocento sono stati un punto di riferimento per gli artisti casalaschi. Alcuni dipinti e stampe che ne fanno parte sono temporaneamente collocati nei depositi del museo per far posto alla prestigiosa collezione privata di Pietro Mortara, distribuita anche nelle due sale seguenti, concessa in comodato dalla Fondazione Casa Leandra di Canneto sull’Oglio. Fra queste opere risulta documentata in modo significativo la prima e la tarda scapigliatura attraverso autori quali Tranquillo Cremona, Luigi Conconi e Giuseppe Maldarelli. Si segnala inoltre un pregevole acquarello di Gaetano Previati.

Il primo 900

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Camera da letto

Il passaggio al Novecento trova qui espressione attraverso le opere degli artisti che ebbero un ruolo nell’Esposizione Agricola e Industriale del 1910: il pittore e architetto Tommaso Aroldi (autore del manifesto litografico per l’Esposizione, principale esponente della schiera di decoratori che si stavano formando presso la Scuola di disegno Bottoli e che contribuirono al rinnovamento dell’immagine della città), lo scultore Carlo Cerati, i pittori Alessandro Mina e Amedeo Bocchi, il cui grande dipinto Sull’impalcatura (1906) dominava il padiglione delle Belle Arti. Quest’ultimo dipinto sintetizza al meglio le conquiste della pittura italiana del momento, dallo studio scientifico della luce e del colore alla scelta del tema impegnato (un giovane garzone intento a pulire i pennelli).
Il tondo col profilo di Carlo Cattaneo, galvanoplastica di Paolo Troubetzkoy, sul fronte della riproducibilità dell’opera d’arte, attesta una felice confluenza di pratica scultorea e scienza applicata.
Sono integrate nella collezione permanente, altri pregevoli dipinti della collezione Mortara, tra naturalismo e tardo divisionismo, di autori quali Leonardo Bazzaro, Baldassarre Longoni e Antonio Pasinetti.


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